UILPA Roma e Lazio | L’impossibile ritorno al… “prima era più bello!”

È appena arrivato il 2020 e ha inizio un nuovo decennio. Sono queste le circostanze in cui ognuno di noi, almeno idealmente, pone una ripartenza per la propria vita; come a voler progettare un percorso di rinnovamento il cui consuntivo potrà avvenire alla fine degli anni venti del nuovo secolo e del nuovo millennio.

Io ne ho vissute già un po’ di queste ripartenze e ho scelto di condividere alcune riflessioni che cadono a 50 anni esatti dal 1970.

Sul piano sindacale, il 1970 fu l’anno della Legge 300, il cosiddetto “statuto dei lavoratori.”

Una conquista fondamentale, il cui impianto giuridico si deve al politico e sindacalista Giacomo Brodolini che ne curò il disegno di legge e che fu mirabilmente scritta dal professor Gino Giugni, docente di diritto del lavoro. Ma di questa legge dirò più avanti.

Io ero allora un ragazzino di 13 anni e non potevo certo immaginare che avrei usato più volte i contenuti di quella norma per il mio lavoro da grande.

Avevo ben altre cose cui pensare all’inizio dell’estate del ’70.

Dovevo seguire le vicende della nazionale di calcio che disputava i mondiali nel Messico, e sostenere gli orali di licenza media le cui prove orali cadevano dopo la finale.

Un impegno terribile!

Le cose mi andarono molto bene, ma avrei anche rinunciato al bel voto d’esame in cambio della vittoria dell’Italia che in finale trovò il Brasile invincibile di Pelé.

L’Italia era impazzita di gioia e il segno di partecipazione era dato dal sombrero messicano che tantissimi italiani indossavano in omaggio ai nostri eroi, che, battendo la Germania in semifinale, guadagnarono la finale e la leggenda.

Ritornando però alla Legge 300/70 devo ricordare che lo statuto accrebbe non solo diritti fra le lavoratrici ed i lavoratori, ma portò la coscienza fra impiegati ed operai, che finalmente avevano acquisito nel Paese quella centralità che spetta a chi ogni giorno partecipa ai processi di sviluppo e di creazione della ricchezza.

Quello che c’era ancora da fare fu colmato dai ccnl e dalla contrattazione di secondo livello, con cui si consolidarono prerogative e diritti, oltre a salari e stipendi.

Per il sindacato furono anni entusiasmanti che contribuirono a far compiere a tanti, la scelta di impegnarsi per i diritti, per la tutela delle persone e per la democrazia.

Io fui fra quelli, e sono sempre stato orgoglioso del mio lavoro nella UIL.

Mi sono sempre occupato di sindacato territoriale e ho sempre condiviso i progetti e concorso ad affermare le linee della UIL all’interno delle riforme della Pubblica Amministrazione a cavallo degli anni 2000,che hanno cambiato la fisionomia negli uffici della città di Roma.

L’avvento delle Agenzie, delle Authority, delle RSU, della contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico, la soppressione dei vecchi uffici con la riassegnazione del personale nei nuovi, ci hanno visto fattivi protagonisti.

Dopo anni di rapporto disteso con i vertici delle amministrazioni locali, il vento e’ cambiato e tanti sacrifici compiuti dai colleghi che hanno prodotto sforzi importanti per adattarsi ai nuovi modelli organizzativi , non solo non hanno trovato riconoscimento, ma sono stati completamente disattesi.

Il clima, all’interno dei posti di lavoro di molte pubbliche amministrazioni, risulta essere disumanizzante! E non soltanto per gli eccessivi carichi di lavoro dovuti alla carenza di personale.

Quello che amareggia i colleghi, sono i rapporti con i dirigenti e con i capi in generale.

Il governo della macchina amministrativa non riconosce più, agli addetti, quella componente tipicamente umana che orientava i rapporti e faceva sentire ciascuno orgogliosamente protagonista nel proprio ambito. Ora sono gli algoritmi a dettare la linea. Negli uffici romani si registra un clima di spaesamento e demotivazione per via dei vertici delle Amministrazioni che sembrano aver perso fiducia nei propri sottoposti e collaboratori.

Basta un errore o un click errato al computer per vedersi notificare addebiti disciplinari che a volte fanno restare basiti non solo i destinatari, ma anche noi sindacalisti che ne assumiamo la difesa e la tutela.

Una volta il Direttore dell’ufficio difendeva il personale, ora è quello che lo punisce!

Ma meravigliarsi di ciò è esercizio inutile! Le cose andranno sempre di più in tale direzione perché la tecnica è ormai padrona.

La tecnica, che costituisce la forma più alta di razionalità, non ammette che sentimenti umani quali ad esempio la passione, il dolore, la sofferenza, la gioia possano intervenire nei sui processi.

Ma proprio per questo il movimento sindacale non deve perder forza, ma accrescerla attraverso unitarietà e internazionalizzazione, affinché si possano creare adeguati e rinnovati strumenti a sostegno dei lavoratori.

Quello che è però possibile per tutti noi è la ricerca continua di solidarietà e mutua assistenza nei rapporti umani e di lavoro, al fine di creare una diga alla disumanizzazione che la tecnica nel suo inarrestabile procedere sta causando.

Dobbiamo avere la capacità di distinguere fra ciò che è reale progresso e ciò che è privazione delle caratteristiche tipicamente umane nei processi di sviluppo.

Lo dobbiamo fare cominciando dai posti di lavoro, attraverso un dialogo costante con le lavoratrici ed i lavoratori che ripongono fiducia nel nostro operato e che ci hanno sempre premiato nel corso degli anni, pur trovandosi nelle condizioni difficili di cui ho detto.

È necessario ricominciare dal territorio con rinnovata energia.
Solo così potremo far ritornare il ragazzino, che negli anni ‘70, sognava insieme ad un paese unito una vittoria impossibile, che però sarebbe arrivata negli anni successivi, grazie alle esperienze maturate e al rinnovato impegno di tutti.

Maurizio Narcisi
Segretario Generale UILPA Roma e Lazio

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