SPECIALE CULTURA | …come la peste manzoniana…

Covid19 e letteratura: come un déjà vu narrativo…

Il nuovo “mostro” ricorda tanto quella Peste narrata ne “I promessi sposi” del Manzoni

Una delle più brutte epidemie che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese è sicuramente quella che si è sviluppata nella prima metà del XVII secolo ovvero la Peste, sulla quale abbiamo tutti nella memoria il racconto manzoniano contenuto nel romanzo dei Promessi Sposi. Più che di un racconto si tratta di una ricostruzione storica che Alessandro Manzoni, grazie alla sua smania certosina di conoscere profondamente le cose e di riprodurle nel modo più realistico possibile, ha operato mettendo a confronto vari documenti dell’epoca.

È fuori discussione che quasi in tutti noi il nuovo mostro, il Covid-19, abbia evocato quel racconto, letto sui banchi di scuola, che – al di là dell’interesse o meno nutrito per la letteratura italiana ed in particolare per il romanzo manzoniano – è uno delle narrazioni che più viene ricordata, anche per la drammaticità delle immagini che la straordinaria penna manzoniana riesce ad imprimere nell’immaginario umano, rendendo i lettori spettatori di un film. Si tratta di film diversi perché ognuno di noi ha un modo tutto suo di traslare le parole in immagini, ma i film sono tutti egualmente terrificanti, angosciosi.

Per un tragico scherzo del destino, la pestilenza di manzoniana memoria mostra notevoli similitudini con la situazione epidemiologica attuale.

In primis i luoghi. Teatro dell’epidemia pestilenziale sono Milano ed altre città e zone dell’attuale Lombardia. Quindi il periodo dell’anno. Il passaggio che segue, tratto dal capitolo XXXI dei Promessi Sposi è sbalorditivo.

“Sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto”.

L’epidemia esplode dunque nel mese di marzo, tanti malati, tanti i decessi, ognuno con una sua evoluzione, a causa di una malattia che si trasmetteva attraverso il contatto.

Ed ancora, quel “lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo” ci ricorda gli ospedali per la cura delle malattie infettive, le terapie intensive dove tanti sono purtroppo coloro che non ce la fanno a superare la malattia e dove è sempre più difficile reperire altri posti.

Nel racconto manzoniano, i governanti affidarono la gestione dell’epidemia ad un certo “Padre Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva una gran fama di carità, d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza d’animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata; e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto”. Leggendo i ritratti di Padre Felice e di Padre Michele il pensiero non può che dirigersi, inevitabilmente, a coloro che oggi stanno gestendo politicamente una situazione gravissima, senza precedenti, per il Paese.

“Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri cappuccini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego”.

Sostanzialmente, questo passo ci fa venire in mente il grandioso esercito di medici, infermieri e operatori sanitari che ogni giorno, con turni massacranti al limite di ogni sopportabilità umana, lavorano per garantire le cure ai malati, mettendo a rischio la propria incolumità personale, purtroppo con esiti che sino ad oggi sono stati anche fatali. Quel richiamo alla dittatura, intesa come severità imposta ai comportamenti, richiama invece quel concetto di restrizione della libertà personale che oggi stiamo subendo, sollevando una riflessione sul fatto che, nel necessario bilanciamento dei diritti, la tutela della saluta abbia la preminenza su tutti gli altri diritti costituzionali.

“Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute”. In questo passo riscontriamo, invece, quella che oggi è stata la brutale presa d’atto della cittadinanza che, dapprima un po’ incredula e restia ad abbandonare gli happy hours e i ritrovi di sempre, man mano che i contagi sono aumentati ha modificato le proprie abitudini, anche se sono occorse misure forti e sanzioni pesanti per giungere ad elevato grado di rispetto delle regole. Nel passo manzoniano si dice che il morbo inizia a colpire anche i personaggi noti, così come oggi ha infettato politici, amministratori, calciatori e altre personalità. I morbi non hanno mai guardato in faccia qualcuno!

L’11 giugno del 1630 fu il giorno della grande processione di Milano, ma “da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino”. Un passo estremamente significativo e soprattutto impressionante. L’evento di proporzioni gigantesche, che aveva coinvolto tutta la città di Milano, ebbe conseguenze catastrofiche per i contagi e le morti si moltiplicarono raggiungendo numeri cospicui, proprio come oggi.

E poi gli c’erano i cosiddetti monatti ovvero gli “addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta”. Poi “bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone”. Ed ancora: “trovandosi colma di cadaveri un’ampia, ma unica fossa, ch’era stata scavata vicino al lazzeretto; e rimanendo, non solo in quello, ma in ogni parte della città, insepolti i nuovi cadaveri, che ogni giorno eran di più” venne affidato a Padre Michele il grave compito di trovare una soluzione ed egli in pochi giorni non solo riuscì a risolvere il problema ma anche a far sì che ci fossero adeguata soluzione per i bisogni che ancora dovevano arrivare”.

Ecco, in questi passi, ritroviamo non soltanto il problema del contagio dovuto all’assembramento di persone, l’urgentissima necessità di disporre di medici, infermieri e materiale sanitario, l’insufficienza delle strutture sanitare ad accoglier un così elevato numero di malati e quindi l’esigenza di approntarne altre in tempi rapidissimi ma troviamo soprattutto un immenso dolore.

È quel dolore che stringe il cuore di ognuno di noi, è il dolore per il numero dei morti sempre crescente, è il dolore di non poter dar loro una degna sepoltura, perché è diventato sempre più difficile gestire un così elevato numero di tumulazioni e cremazioni, soprattutto nelle zone più colpite, in primis la provincia di Bergamo.

E allora è il dolore il sentimento che ormai sovrasta tutto, quello che sconvolge le nostre menti, i nostri animi, quello che ci rende impotenti e che spesso da modo allo scoramento di scontrarsi con la speranza.

È il dolore, ieri come oggi.

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