EDITORIALE AGOSTO 2020 | La degenerazione del sistema della contrattazione

Una volta, parliamo ormai di tanti anni fa, al tavolo delle trattative nazionali la controparte datoriale era guidata da studiosi ed esperti della materia dotati di grande onestà intellettuale, pensiamo ad esempio al Prof. Carlo dell’Aringa. Dell’Aringa fu Presidente dell’Aran dal 1995 fino al 2000 e fu l’artefice dei primi contratti collettivi nazionali di lavoro nel pubblico impiego nel periodo 1996/99.

Si trattava della c.d. contrattualizzazione, introdotta con la riforma Amato-Sacconi, poi novellata dal Ministro Cassese e profondamente riscritta in due occasioni dalle riforme del Ministro Bassanini, anche con la collaborazione del compianto Massimo D’Antona.

Il suo ruolo fu molto importante, anche perché fu proprio in quella fase che si concretizzò la piena contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico. Dell’Aringa era convinto che alla contrattazione dovesse essere riconosciuto un ruolo preminente, senza invasioni di campo da parte del legislatore, per costruire una Pubblica Amministrazione più efficiente, governata da relazioni sindacali corrette ed in grado di offrire uno stimolo per valorizzare il lavoro pubblico.

Al contrario, ormai da tanti anni si succedono nel ruolo di Presidente dell’Aran dirigenti provenienti dai ruoli di varie Amministrazioni Pubbliche, che come tali continuano a comportarsi. Tanto è che molto spesso, nei tavoli in Aran, sembra di confrontarsi direttamente con il Mef o con la Funzione Pubblica.

È, quindi, fuori discussione che – rispetto alle rivendicazioni sul ruolo della contrattazione e sulla necessità di restituire a quest’ultima un pieno ruolo – le OO.SS. che siedono ai tavoli trovino nella controparte datoriale uno zoccolo duro, in quanto troppo legata al mondo della dirigenza pubblica dalla quale proviene e nella quale probabilmente un giorno rientrerà e di cui in ogni caso non è disposta a tradire le aspettative.

Allora, come possiamo trattare sul ruolo della contrattazione se abbiamo davanti rappresentanti della dirigenza, che pretendono di riservare a sé determinate prerogative, quali le decisioni sull’organizzazione del lavoro?
È evidente come il sistema sia viziato. In tutti i contesti, il bilanciamento tra interessi contrapposti viene di norma affidato ad un soggetto terzo che deve avere una visione super partes delle vicende nonché la capacità, le competenze e la preparazione per esercitarla! Oggi a livello di contrattazione nel Pubblico Impiego questa terzietà manca e la questione non può essere sottovalutata.

Ora nella Pubblica Amministrazione abbiamo un Ministro che afferma tante cose pienamente condivisibili. Tuttavia, rimane necessario confrontarsi con le parti sociali! Ci vuole condivisione! Non può e non deve accadere che dietro nuovi modelli gestionali possano insidiarsi nuovi modelli di potere! Pensiamo allo Smart Working, ad esempio. L’organizzazione dei servizi va ripensata per favorire un maggior utilizzo del lavoro agile, attraverso un sistema di regole e tutele che solo la contrattazione può definire.

Si tratta di un’organizzazione del lavoro completamente diversa e non si deve pensare che la sua attuazione comporti inutile dispendio di denaro, richiede invece dei veri e propri investimenti ovvero delle azioni i cui costi iniziali ritornano poi indietro in altra forma. Se si desse ad almeno il 30/40 per cento dei lavoratori la possibilità di lavorare da casa, risolvendo loro problematiche connesse alla genitorialità o all’assistenza ad altre persone, si recupererebbe la piena prestazione lavorativa degli stessi lavoratori e si eleverebbero gli standard di produttività, perché togliere problemi a chi lavora ha questo effetto. Non solo, ma si potrebbero anche abbattere le spese dei fitti di edifici pubblici, quelle per i consumi energetici, destinando tali risorse ad investimenti per le risorse umane.

Si potrebbe alleggerire il sistema trasporti e la mobilità in generale, con conseguente decongestionamento del traffico urbano e miglioramento della qualità dell’aria.

La legge 53 del 2000, la famosa legge Turco, era nata in quest’ottica, quella del sostegno alle persone e della genitorialità, della conciliazione tra esigenze personali e lavorative e del riconcepimento dei tempi delle città. Una legge rivoluzionaria per quei tempi che tante cose buone ha introdotto ma che non è riuscita a produrre quel cambiamento culturale che oggi si ripropone come necessario, indispensabile.

La pandemia ci ha reso almeno il servizio di rendere evidente che certi strumenti come il lavoro agile funzionano ed i lavoratori pubblici lo hanno ampiamente dimostrato nonostante le difficoltà di un ricorso massivo dettato dall’emergenza, dando prova di una grande capacità di adattamento e di autodeterminazione.

Ci attendono nuove sfide, sfide importanti.

Quando parliamo di Pubblica Amministrazione parliamo di Paese.

Quando parliamo di sicurezza parliamo di Paese, quando parliamo di fiscalità parliamo di Paese, quando parliamo di ordine pubblico parliamo di Paese.

Noi non siamo dei privilegiati ma siamo lavoratori al servizio del Paese e della collettività e come tali vogliamo essere apprezzati dai cittadini, vogliamo essere stimati per quello che facciamo. Tuttavia, dobbiamo essere messi in condizione di fare bene il nostro lavoro, il cui scopo è quello di assicurare a tutti la tutela dei diritti costituzionalmente garantiti.

Noi, come Organizzazione Sindacale, dovremo lavorare affinché non ci sia un arretramento di questi diritti!

Si tratta di una battaglia che dobbiamo non solo combattere ma che dobbiamo vincere per il nostro futuro e soprattutto per il futuro di chi viene dopo di noi, cui non possiamo consegnare un’eredità così pesante senza che neanche possano godere del beneficio d’inventario!

Per questo dobbiamo darci da fare, subito!

Non c’è più tempo!

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