CULTURA | La nuova pelle del Mibact

A decorrere dal 5 febbraio prossimo prenderà vita l’ennesima riforma organizzativa del MIBACT, prevista dal DPCM 2 dicembre 2019, n. 19. Il provvedimento, fortemente voluto dall’attuale ministro Franceschini, prende le mosse dalla sua prima fase di riforma (2014/2015) in cui – a differenza di quanto accaduto per parecchi decenni – le attività di tutela del patrimonio (riconducibili alle Soprintendenze) sono state definitivamente separate da quelle della valorizzazione dei beni affidate ai musei, alcuni dei quali dotati di autonomia speciale. Per dovere di cronaca va detto che alcuni aspetti non sono assolute novità, ma si configurano come continuazione ideale di progetti riorganizzativi voluti dal precedente ministro, Alberto Bonisoli, il cui mandato è stato interrotto dalla crisi di governo dello scorso agosto. Cosa accadrà, dunque?

Intanto al Collegio Romano sono state riassegnate le competenze sul Turismo, sottratto dalla maggioranza leghista con fulminea velocità e magistrale tatticismo in ossequio a desideri personalistici neanche troppo celati. Sventato il pericolo, dunque, del traballante abbinamento con le Politiche Agricole – per mesi nei corridoi di via XX Settembre si parlava di “Agri-Turismo” con abbondanti frizzi e lazzi – resta da capire se questo asset, che nella progettualità di Franceschini ha sempre rivestito un ruolo di primo piano, continui ad essere definito strategico e se, soprattutto, si creeranno le condizioni per un dibattito condiviso, magari aperto alle parti sociali e alla cittadinanza, sul reale futuro del Turismo in Italia e quanti investimenti meriti. Soprattutto in termini di capitale umano, di scommesse sulla formazione professionale, di messa a sistema dell’istruzione ad ogni livello, di incrocio tra domanda e offerta occupazionale. Certo è che le competenze attuali non posso essere gestite da una ventina di impiegati volenterosi.

La riorganizzazione assegna un ruolo chiave al Segretariato generale, potenziandone la struttura di coordinamento e intervento attraverso ben sette servizi. La figura del Segretario è sempre stata, nel dicastero, sinonimo di prestigio e importanza ma con questo provvedimento diviene il vero e proprio motore pulsante di tutta la struttura. Rientrano sotto la sua gestione – dopo che furono assegnati improvvidamente al Bilancio – i Segretariati regionali, che quindi ne diventano articolazioni territoriali. Quanto alle direzioni generali centrali va segnalata la creazione ex novo della struttura specificamente dedicata alla Sicurezza del patrimonio culturale. Scelta felice e saggia – soprattutto dopo il sisma del 2016 – ma che per funzionare efficacemente avrà bisogno di uomini, di mezzi, di risorse e di una visione a lungo termine capace di agire mediante prevenzione e formazione continua del personale e della popolazione (ammettiamolo: in caso di calamità ben pochi saprebbero intervenire correttamente seguendo le procedure previste).

Tra gli Istituti che assumono autonomia speciale va segnalata la meritata promozione dell’Archivio Centrale dello Stato e la creazione dell’Istituto per la digitalizzazione del patrimonio; un’idea condivisibile sulla carta e perfettamente in linea con il mood dell’automazione del lavoro, dell’intelligenza artificiale e della accessibilità delle informazioni (si pensi al dibattito inesausto sugli open data). Come sarà possibile coniugare alti ideali e risorse materiali ed umane, resta un mistero tutto da svelare.

Sventato il pericolo della cancellazione di una struttura dedicata esplicitamente al patrimonio demoetnoantropologico – che infatti si chiamerà “immateriale”, con raro senso del pragmatismo – va salutata positivamente anche la Soprintendenza nazionale del patrimonio subacqueo con sede a Taranto; non soltanto perché contribuisce alla rinascita culturale di una città fin troppo falcidiata da tragedie lavorative e disoccupazione, ma anche perché rivitalizza una linea di attività che era stata un’eccellenza del Ministero, consentendo pregevoli scoperte e numerose operazioni di tutela dei beni sommersi (ma pur sempre esposti ai traffici illeciti di delinquenti senza scrupoli). Sempre nel novero degli Istituti autonomi sono stati inseriti alcuni musei archeologici di pregio, all’apparenza in base a un criterio squisitamente “manualistico”: uno per ogni regione sottorappresentata. Come a dire che il Cencelli non muore mai.

Bisogna ammettere che è stato sventato qualche pericolo previsto nella ristrutturazione targata Bonisoli: i Segretariati regionali non verranno più accorpati e potranno garantire una continuità quali presìdi territoriali irrinunciabili, oltretutto con la riassegnazione di alcune funzioni di coordinamento della tutela; le Soprintendenze invece di diminuire aumentano, anche se talune scelte francamente non convincono e sembrano rispondere a sollecitazioni politiche localistiche (si veda il caso dello sdoppiamento delle Soprintendenze olistiche in Liguria o nelle Marche); ben tre Istituti precedentemente declassati a non dirigenziali riprendono lo status di autonomi e potranno proseguire nelle attività progettuali e di rilancio troncate troppo in fretta (Gallerie dell’Accademia di Firenze, Parco dell’Appia Antica e Museo di Villa Giulia a Roma).

Certo, dopo la pubblicazione del DPCM attendiamo l’uscita di due decreti ministeriali non regolamentari, con i quali si riempiranno di contenuti dettagliati gli assetti previsti dalla riforma; quindi lo scenario potrebbe ancora cambiare e anche profondamente. Al momento possiamo dire che aumenta l’organico dei dirigenti (forse non tutti sanno che il MIBACT ha il rapporto più alto dirigente/dipendenti in tutta la P. A.) e ciò è un bene, oltretutto perché nella distribuzione delle sedi viene rafforzata la periferia rispetto al centro.

Resta, però, la sensazione che nonostante gli auspici e le buone intenzioni la Politica non consenta di restare al passo con i tempi impedendo al dicastero di coprire celermente i vertiginosi vuoti d’organico (5000 carenze). Servirebbero concorsi da poter bandire subito, così da tamponare le centinaia di quiescenze, in tutti i profili. Servirebbero concorsi per la dirigenza, il cui sottorganico è letteralmente drammatico. Servirebbe, soprattutto, un cambio di passo culturale: aboliamo una volta per tutte il concetto di “revisione della spesa” e cominciamo a ragionare in termini di fabbisogno, per dare un’occupazione dignitosa a tutti coloro che escono dalle scuole e dagli atenei con legittime aspettative professionali. In tale ottica la prima preoccupazione di un Ministro dovrebbe essere riportare la dotazione organica nazionale a 25.000 unità, onde consentire l’assolvimento di mansioni, funzioni e deleghe che crescono di giorno in giorno. Accadrà tutto questo? Difficile. È, però, compito di un sindacato serio creare le condizioni contrattuali e normative perché ciò avvenga e farsi promotore di proposte migliorative efficaci, senza scoraggiamenti e con obbiettivi di lunga durata. Si respira un’aria leggermente diversa, molto più accogliente rispetto al confronto con i corpi intermedi.

L’occasione non va persa. Se è vero che Franceschini ha mantenuto l’impegno di realizzare misure economiche a favore del personale, in un contesto generale complicato, sarebbe un grave errore considerarlo un traguardo perché in realtà siamo appena sulla linea di partenza; il percorso di verifica, di vigilanza è appena cominciato. Dopo anni di blocco nei rinnovi contrattuali, dopo anni di legiferazione forsennata in tema di lavoro con il solo fine di ridimensionare il ruolo dei sindacati abbiamo voltato pagina e rinnovato un Contratto per le Funzioni centrali. Affinché siano davvero Funzioni e siano davvero centrali c’è bisogno della presenza costante e dell’apporto di tutti. Per il MIBACT noi ci siamo, la UILPA c’è. Anche perché – come tiene sempre sadicamente a sottolineare il nostro Segretario Generale – “non andiamo mai in vacanza!”.

Federico Trastulli
Coordinatore Nazionale UILPA Mibact

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